Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 agosto 2026 * S. Teresa Jornet Ibars
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Ascensione
Testi liturgici: At 1,1-11; Ef 4, 1-13; Mc 16,15-20
Per il documento: clicca qui
Abbiamo ascoltato quello che hanno detto i due uomini in bianche vesti:
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”.
Nel caso concreto è come se essi avessero voluto dire ai discepoli di non perdere tempo nel continuare a guardare il cielo in maniera triste, come stravolti da una forte delusione, come se ancora una volta avessero perso ogni speranza.
Tale atteggiamento non sarebbe stato altro se non la ripetizione di quello che era capitato il venerdì santo, allorquando per i discepoli era svanita ogni speranza per divenire importanti nel regno che Gesù avrebbe costituito.
Che forte delusione si era creata quel venerdì! Proprio come poi esprimeranno in modo molto chiaro i due discepoli di Emmaus: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”.
Il dire che Gesù è salito in cielo, vale anche per noi che siamo chiamati ad entrare nel regno dei cieli. Però, attenzione a comprendere bene cosa sia il cielo. Non si tratta di un luogo fisico, il luogo dove potrebbero navigare le navette spaziale.

Si tratta, invece, di un luogo teologico, cioè un riferimento di fede, si tratta  del fatto di entrare in piena comunione con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo. 

Pertanto, vista in tale ottica, l’Ascensione di Gesù non è un suo abbandono, ma è una migliore conferma di garanzia della sua presenza, anche se in modo diverso. Del resto, lo aveva detto in altri contesti: “Non temete, io sono con voi sino alla fine del mondo”.

Per cui in pratica, proprio in forza di questa fede, se da una parte siamo chiamati a camminare con i piedi per terra, dall’altra dobbiamo tenere il cuore sempre rivolto al cielo. È proprio quello che ci ha voluto dire una espressione della seconda lettura: “Asceso in alto, ha portato con se prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”.

Cosa vuol dire questa espressione? Chi sono i prigionieri, quali sono i doni?

I prigionieri siamo tutti noi. Senza Cristo siamo prigionieri e schiavi del peccato. Con Cristo diveniamo persone libere, gioiose e capaci di amare.

È vero che san Paolo si dichiara prigioniero, ma solo alla maniera umana. Accetta tale stato liberamente e con amore perché, se è in catene lo è per la gloria di Cristo e per il bene degli altri.

In altre parole, lo considera una chiamata ed un dono per poter meglio svolgere un servizio di amore.

A tutti viene proposta una chiamata, una grazia, un servizio, un ministero: sta a noi accettare o meno questo tipo di vita nuova.

Purtroppo, oggi corriamo il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di non distinguere tra il bene e il male. Ci sono alcune realtà che, a guardare bene, portano dentro di sé una radice di male e di peccato.

Attenzione, pertanto, di non continuare a chiamare male ciò che è bene e neppure bene ciò che è male. Solo se impariamo a fare vero discernimento ci poniamo sulla via che ci conduce al Padre.

Il vangelo, a sua volta, ci ha detto in cosa consiste il dono di grazia e la missione da compiere, con queste parole: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”.

Di quale mondo si tratta? Come si proclama il vangelo a questo mondo?

Non si tratta tanto di andare chissà dove e di quale tipo di predica bisogna fare. Si tratta soprattutto di vivere bene nel luogo ove ci troviamo.

Si tratta di essere coerenti nell’esprimere la nostra fede, non tanto limitata alle parole, ma soprattutto con la coerenza di vita.

Si tratta di manifestarla sempre, sia dove è facile, sia dove è difficile; sia in famiglia che nell’ambiente di lavoro; sia quando siamo in comunità per la preghiera, sia quando ci troviamo al bar o a fare passeggiata con gli amici; ovunque e sempre.

Non possiamo rinunziarvi, anche se incontriamo indifferenza e ironie.

Comunque, non tutti i segni di coerenza si possono realizzare, perché se il Vangelo è uguale per tutti, ognuno ha un suo personale stile per metterlo in pratica.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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