Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
10 dicembre 2025 * S. Adeodato vescovo
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03 Chiamata apostoli
Testi liturgici: Gen 3,1-5.10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20
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Abbiamo ascoltato quello che il Signore ha detto a Giona: “Alzati, và a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”.

Cosa avrebbe dovuto dire ai Niniviti?

Quello di essere fuori strada e di convertirsi, altrimenti: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.

È quello che il Signore ripete continuamente pure a noi e alla società perché, in qualche maniera, stiamo andando fuori strada. Per cui oggi più precisamente direbbe: “Se continuate così andrete a finire male”.

In altre parole è quello che ha detto pure il Vangelo, quale inizio della predicazione di Gesù: “Convertitevi e credete al vangelo”.

Da notare che le parole rivolte a Giona sono dette per la seconda, perché glielo aveva chiesto anche in precedenza. Solo che in quella occasione aveva disobbedito ed era fuggito dalla parte opposta. La conseguenza è stata quella di doversi trovare in brutte situazioni, quali ad esempio quella di essere gettato in mare ed essere inghiottito da un pesce.

Perché aveva disobbedito?

Perché, nella mentalità del tempo, Ninive era la città del peccato per eccellenza, per cui non valeva la pena interessarsi di essa, tutt’altro. Ma Dio vuol salvare tutti. Per cui, a questo punto, non solo Ninive ma anche Giona doveva convertirsi dalla convinzione sbagliata e dalla disobbedienza.

Chi di noi, in qualche aspetto, non ha bisogno di convertirsi? Chi di noi non ha bisogno di bandire un digiuno come i Niniviti?

Cosa è il digiuno?

Purtroppo noi abbiamo ristretto il suo significato, riducendolo alla rinuncia di cibo. È vero! Ma questo è solo un segno che deve manifestare quella che è la verità. Il vero digiuno, in senso ampio e completo, è quello di saper rinunciare al peccato, è quello di allontanarsi dal male, è quello di fuggire le occasione di peccato.

Per i Niniviti quale è stata la conseguenza di tale digiuno, segno del loro pentimento? Eccola: “Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”.

Applichiamo a noi e ai tempi di oggi. Non corriamo il rischio anche noi, come persone e come creato, di essere in qualche maniera manomessi e distrutti?

Questo sta a significare che stiamo coltivando un qualcosa che non va, un qualcosa che non è secondo Dio. Una volta che lo riconosciamo, diventa facile incolpare gli altri, cosa anche vera perché di fatto tutti abbiamo le nostre responsabilità e colpe. Ma la vera conversione comincia da noi stessi.

Si tratta di riflettere sulle parole di Paolo che si concludono con l’espressione: “Passa la figura di questo mondo”.

Tali parole vogliono insegnarci a vivere in questo mondo non come escursionisti, non come vagabondi, ma come pellegrini.

Dove sta la differenza?

L’escursionista viaggia per rilassarsi, per godere il panorama, per stare spensierato fra amici. Cose buone ma insufficienti per dare un significato alla vita. è necessario rilassarsi per un certo periodo, ma non si può vivere sempre in tale stato.

Il vagabondo non ha una meta. Tra l’altro, per poter vivere, deve pure arrangiarsi in qualche maniera. Ma questa è una vita sterile, senza vere soddisfazioni.

Il pellegrino, invece, tiene fisso lo sguardo su una meta che ancora non possiede ma che vuol raggiungere. Utilizza quanto necessario per il viaggio, ma non si trastulla in esso, non perde tempo in cose che lo distraggono dal viaggio stesso. Anche se per necessità dovesse fermarsi, appena possibile riprende con lena il cammino.

Ebbene, noi in questo mondo siamo pellegrini. La nostra meta è la patria celeste. Utilizziamo le cose di questo mondo, ma non ci trastulliamo in esse, le consideriamo solo un mezzo che ci aiutano nel cammino, ma non ci facciamo distrarre e bloccare da esse.

Purtroppo per molti diventano cose essenziali tali da far loro dimenticare la meta da raggiungere. È per questo che Paolo conclude le sue considerazioni dicendo che passa la scena di questo mondo.

Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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