Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 agosto 2026 * S. Magno vescovo
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30 BartimeoTesti liturgici: Ger 31,7-9; Sl 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52
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Gesù, al cieco che gli grida, risponde: “Và, la tua fede ti ha salvato”.
Con questa espressione è chiara una cosa: per Gesù la guarigione del cieco non è da attribuire innanzitutto al proprio intervento, ma alla fede del malato.
Potremmo subito applicare a noi stessi.
Noi riceviamo da Dio nella misura in cui crediamo veramente che lui possa e voglia darci quanto gli chiediamo.
Il fatto è che noi, generalmente, chiediamo sempre cose molto superficiali.
Certamente, chiedere la vista fisica come il cieco è una grande cosa. Anche noi, spesso, domandiamo a Dio salute fisica e benessere, cose che certamente non sono cattive.
Però, ci sarebbero doni ben più grandi che potremmo chiedere e che lui sarebbe ben disposto a darci; eppure, chi sa perché, sono proprio quelli che non chiediamo quasi mai.
Per citarne alcuni: la pace in famiglia e nel mondo; l’amore verso tutti, compreso verso i nemici; la santità, cioè l’impegno per compiere la volontà di Dio; tutte le virtù a cominciare dall’umiltà. Questi sono i doni veramente importanti e che cambierebbero radicalmente la nostra vita.
Questi doni sono come un qualcosa che ci fanno già vivere una dimensione di eternità, con la serenità interiore che ne segue, anche se ancora restiamo immersi nella nostra realtà quotidiana.
Alcuni di questi doni, sono apparsi nell’episodio evangelico ascoltato?
Forse ci sono sfuggiti.
Avremmo dovuto notare che non solo Bartimeo guarisce, ma anche la folla subisce una guarigione.
Infatti, in un primo momento, essa pronuncia parole di rimprovero al cieco che gridava, perché dava fastidio; gli impongono di tacere.
Non era questa una malattia morale e spirituale della folla?
Sono parole malate. Assomigliano a quelle che spesso escono dalla nostra bocca; parole che tendono a scoraggiare; parole lamentevoli e lamentose; parole che hanno da ridire su tutto e su tutti; parole di rassegnazione e senza speranza; e così via.
Successivamente la folla guarisce e, per di più, chiama il cieco dicendo: “Coraggio! Alzati ti chiama!”.
Anche il cieco, a sua volta, guarisce non solo dalla cecità, ma guarisce dentro. Infatti, ancor prima di vedere con gli occhi del corpo, vede con gli occhi della fede. Si rende conto che, chi sta passando, è una persona fuor del comune.
Dicevamo pocanzi che noi dovremmo guarire dalla scontentezza e, di conseguenza, a vivere con gli occhi della fede. Con questo, in ogni situazione, saremmo più gioiosi e ottimisti.
È quello che ha voluto insegnarci la prima lettura.
Infatti, il profeta Isaia si rivolge agli esiliati, ormai rassegnati e tristi, senza alcuna speranza di ritorno in patria.
Invece no, perché così dice il Signore: “Li riconduco… li raduno…; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.
Nessuno è escluso nella ricostituzione del nuovo popolo. Neppure quelli che nella società sono considerati ai margini: poveri, zoppi, ciechi, storpi. Ebbene, proprio questi sono il seme del nuovo popolo.
Questo ci deve insegnare qualcosa. Dio, infatti, sceglie quelli che sono scartati dal mondo.
Se, guardando in noi stessi, ci accorgiamo di valere poco, è proprio il caso di pensare che potremmo essere utili nelle mani di Dio, purché ci facciamo veramente piccoli davanti a Lui, anche se siamo  considerati niente di fronte agli altri.
Risulta chiaro che è un atteggiamento in controtendenza nei confronti della logica del mondo, ma solo così si può esperimentare la vera gioia.
Sac. Cesare Ferri Rettore Santuario San Giuseppe Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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