Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 agosto 2026 * S. Magno vescovo
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25 Accogliere i bambiniTesti liturgici: Sap 2,12.17-20; Sl 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37
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Oggi la Parola di Dio ha iniziato con questa espressione: “Dissero gli empi: tendiamo insidie al giusto”.
Chi sono gli “empi” e chi è il “giusto”?
Gli “empi” sono coloro che ragionano e si comportano secondo il proprio punto di vista, cosa che ha come prospettiva il proprio immediato vantaggio.
Il “giusto”, invece, è colui che ragiona secondo il pensiero di Dio, cercando di mettere in pratica la sua volontà.
In tale prospettiva, una cosa è certa. Tra il giusto e l’empio vi sarà sempre un conflitto, perché il buon comportamento del giusto darà sempre fastidio all’empio.
Infatti, abbiamo ascoltato le relative parole: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostra azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge”.
La cosa è sempre molto attuale e non meravigliamoci se a volte ci tocca da vicino.
In genere l’empio non agisce da solo, ma cerca di fare complotto.
Tutti insieme mettono in questione Dio stesso, la sua capacità di intervenire nella storia, la sua provvidenza. Questo, però, raramente avviene in maniera diretta. Di solito si punta il dito verso il papa, i vescovi, i sacerdoti, verso quei cristiani che si comportano rettamente. Volutamente travisano le loro parole, il loro comportamento, sino a giungere a vere calunnie.
Questo è avvenuto anche contro Gesù Cristo, il solo giusto al cento per cento.
L’episodio evangelico di oggi ci mostra che anche i suoi discepoli, vuoi o non vuoi, si comportano da empi.
Infatti, quando Gesù parla apertamente della sua passione, essi non capiscono le sue parole.
È evidente che non si tratta di una situazione legata a limitate capacità intellettive. Si tratta, invece, di un atteggiamento di chiusura.
Avevano idee sbagliate sulla missione di Gesù. Quello che diceva Gesù, non corrispondeva alle loro aspettative, non realizzava il desiderio di essere importanti nel suo regno. Discorrono proprio di chi sarebbe riuscito fra loro ad essere il più grande.
Gesù capovolge le aspettative dei discepoli, proprio a proposito della grandezza, con queste parole: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
Poi, prendendo un bambino, dice che bisogna assomigliare a loro.
Con il fatto di prendere come modello un bambino, compie una chiara provocazione. Infatti, secondo la mentalità del tempo, il bambino non contava nulla.
Applicato a noi, cosa ci dice?
Se vogliamo seguire Gesù dobbiamo lasciare da parte i nostri desideri sbagliati, le nostre illusioni di grandezza, il nostro voler apparire. Altrimenti, il peggio è per noi stessi.
Proprio per questo, anche le nostre comunità cristiane, invece di essere luoghi di accoglienza e di rispetto reciproco, diventano ambiti di invidia, di disaccordi e di maldicenze.
Giacomo lo ha detto chiaramente: “Dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine ed ogni sorta di cattive azioni… Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni?”.
Questa non è altro che la categoria degli empi.
Noi, invece, vogliamo appartenere alla categoria dei giusti.
Vogliamo avere quella sapienza che, come dice Giacomo, viene dall’alto e che è “pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario di San Giuseppe in Spicello

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dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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