Omelia delle domeniche e feste Anno C
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
27 agosto 2026 * S. Monica
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27 Domenica C Granella di senapaTesti liturgici: Ab 1,2-3, 2-4; Sl 94; 2Tim 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10
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Abbiamo ascoltato che gli apostoli chiedono a Gesù: “Accresci la nostra fede!”. Anche noi, a volte, diciamo di avere poca fede.
Tale espressione è poste bene o male? Cosa intendiamo noi per fede?
Essa tradisce una visione quantitativa della fede, come una cosa che si possa misurare e pesare.
Parliamo della fede come qualcosa che si ha, che può aumentare o diminuire, che potrebbe essere perduta e poi anche ritrovata. Per questo pensiamo che alcuni ne hanno di più e altri di meno.
Non che questa valutazione sia del tutto sbagliata, ma certamente non corrisponde totalmente al significato vero e profondo della fede.
Gesù ribalta tale visione.
Egli dice che, la misura della fede, sta nell’averla senza misura.
In altre parole, se si vuol parlare di misura, essa è data dal rapporto tra l’infinitamente piccolo: siamo noi (l’immagine del granello di senape ci dice che siamo talmente piccoli che scompariamo); e l’infinitamente grande, l’irraggiungibile, l’incomprensibile: è Dio, (l’immagine dell’albero sradicato ci dice che a lui tutto è possibile).
Questa realtà, della nostra piccolezza, ci è poi data da intendere con la frase finale: “Siamo servi inutili”.
Però, subito dopo, è anche detto: “Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Pertanto la fede non è una credenza e neppure un insieme di pratiche compiute secondo i nostri criteri o punti di vista, ma è un fare obbedienza al Signore perché ci fidiamo di lui.
Per sapere in che cosa obbedire, è necessario mettersi in ascolto della sua Parola, giustamente interpretata, e sotto la luce di chi ne dà conferma.
Infatti, è scritto altrove, la fede viene dall’ascolto.
L’episodio narrato nella prima lettura, ci aiuta a verificare se, nella vita di ogni giorno, abbiamo la vera fede.
Abbiamo ascoltato che il profeta Abacuc si lamenta con il Signore perché non ascolta il grido della sua preghiera. Essa era rivolta a Lui per essere aiutato a superare le prove ed allontanare i brutti tempi nei quali era costretto a vivere.
Anche noi, purtroppo, siamo inseriti in un mondo nel quale c’è violenza e sopraffazione, immersi in ogni specie nefandezza. Non c’è bisogno di darne prova: sono cose che ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi.
Dio risponde ad Abacuc: “Se (la tua richiesta) indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”.
Allora la fede sta nel saper attendere lo snodarsi del disegno di Dio. Pertanto, per il fatto che c’è da attendere, ci chiama a vivere anche la virtù della speranza.
Quando ci sembra di non essere ascoltati, continuiamo ancora a credere e sperare che tutto si realizzerà - non certamente secondo i nostri criteri ed i nostri tempi - ma secondo il disegno di Dio; proprio perché, come detto sopra, lui è l’incommensurabile, l’incomprensibile, l’onnipotente e, quindi, può tutto; noi, invece, siamo piccoli e siamo “servi inutili”.
Pertanto, credere significa rimanere dentro la storia ed i fatti che avvengono ogni giorno, ma nel contempo nel guardare con altri occhi e con altra logica. Questo, per avere la forza per andare avanti contro corrente e con serenità: “Il giusto vivrà per la sua fede”.
Paolo, da parte sua, ci ha raccomandato di “ravvivare il dono di Dio”.
Dono di Dio è, appunto, anche la nostra fede. Se ogni domenica ci raduniamo in chiesa, se ora siamo qui, è soprattutto per ravvivare il dono della fede.
Se manca questa fede, non saremo capaci, con la nostra vita, di predicare efficacemente il Vangelo.
Per cui, anche se parlassimo di Dio - in quanto genitori, catechisti, educatori – ed anche facessimo apostolato, correremmo il rischio di predicare noi stessi e non il Vangelo, con la conseguenza di raccogliere non frutti, ma pula.
Se fossimo in tale errore, lo è perché ci sentiamo protagonisti invece che considerarci “servi inutili”.
Sac. Cesare Ferri, Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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