Testi liturgici: Dt 4,1-2.6-8; Sl 14; Gc 1,17.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23Per il documento: clicca qui
Quando abbiamo un documento importante e prezioso, affinché non venga manomesso da nessuno, viene sigillato. Il sigillo è una grande garanzia di sicurezza.
Anche la Parola di Dio è sigillata, come ci fa intendere l’espressione ascoltata: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore che io vi prescrivo”.
Questa parola, se è messa in pratica senza annacquamenti, diventa la sapienza di un popolo, in questo caso, del popolo d’Israele; è una sapienza tale che lo rende grande davanti agli altri popoli.
Infatti, ogni popolo è grande non per le armi e gli eserciti che possiede, non per le ricchezze che ha, ma per la saggezza e l’intelligenza che usa.
La conseguenza, per la quale gli Israeliti ne avrebbero avuto vantaggio anche per se stessi, è stata descritta con queste parole: “Perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore sta per darvi”.
In altre parole, essi sarebbero vissuti nella serenità e nella pace, non mancando di nulla.
Oggi, purtroppo, non solo i singoli ma anche le leggi dello stato sembrano siano in gara per rompere ogni sigillo e manomettere i comandamenti di Dio, non seguendo più il suo pensiero.
Con quali conseguenze?
Le conosciamo tutti. Manca la serenità e la pace interiore, non siamo mai contenti di nulla, di conseguenza manca la pace anche fra le nazioni e nel mondo.
La verità di cui stiamo parlando è sottolineata anche nella seconda lettura: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi la salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non solo ascoltatori”.
Purtroppo, nella vita cristiana, il rischio di illudersi è sempre presente.
Quante persone si sentono a posto in coscienza perché hanno recitato qualche preghiera e perché non hanno fatto male a nessuno!
Il Signore invece, per bocca di Giacomo, ci dice che siamo veri discepoli di Gesù quando non solo ascoltiamo la sua Parola, ma quando la mettiamo in pratica.
Non possiamo essere neppure nel numero di quelli che dicono di conoscerla tutta e non hanno bisogno, quindi, di risentirla ancora.
Invece è sempre nuova, non è ripetitiva, anche se usa le stesse parole.
Per analogia, anche il pane che mangiamo sappiamo di che cosa è fatto e come è fatto, eppure è sempre un pezzo nuovo quello che mangiamo ogni giorno, e guai se non lo mangiassimo!
Anche il Vangelo sottolinea un fatto che ha piena relazione con quanto stiamo dicendo.
I Farisei insegnavano l’importanza di osservare tutte le regole per essere a posto in coscienza. L’insegnamento di Gesù, invece, capovolge letteralmente la prospettiva della loro idea religiosa.
Secondo loro, il concetto di puro e impuro, cioè di buono e cattivo, era legato a quello che dall’esterno toccava l’uomo; secondo Gesù, invece, il buono e il cattivo ha la sua radice nel cuore dell’uomo.
Dio guarda il cuore, cioè tutto l’uomo, e non le sue mani; quello che esce dall’uomo e non quello che vi entra.
Di solito noi pronunciamo dei giudizi sulle persone in base a quello che dicono o fanno, cioè da quelle cose che si vedono all’esterno. Invece, dobbiamo capovolgere l’oggetto del giudizio.
È giusto e doveroso giudicare la parola e il fatto in maniera oggettiva. Cioè, se una cosa è male, dobbiamo dirlo che è male.
Ma cosa c’è nel cuore della persona che ha fatto quel male?
Potrebbe aver agito con cattiveria, ma anche potrebbe avere agito con cuore retto, senza ancora rendersi conto del male.
Certamente non possiamo dire che ha agito bene, ma neppure possiamo giudicare e condannare la persona. Infatti, una cosa è il peccato, altro è il peccatore.
Il peccato va condannato, ma verso la persona va usata sempre misericordia.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello