Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
19 agosto 2026 * S. Magno vescovo
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20 La mia carneTesti liturgici: Pr 9,1.6; Sl 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58
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Ecco, oggi, le prime parole ascoltate: “La sapienza si è costruita la sua casa… ha imbandito la sua tavola…”.
Cosa, o chi è questa sapienza? È una cosa astratta, oppure è una personificazione? Cosa era per gli Ebrei? Cosa è per noi cristiani, oggi?
Per gli Ebrei la Sapienza rappresentava il massimo dono che Dio aveva fatto loro, quello della legge.
Proprio per tale dono ed in forza della osservanza della legge stessa, il popolo di Israele si distingueva nettamente dagli altri popoli e, di conseguenza, era da loro ammirato e considerato quale popolo veramente sapiente!
Anche per noi cristiani, la sapienza è un dono di Dio; però non è una cosa e neppure una osservanza, ma è una persona. È Dio stesso che si è fatto uomo; la Sapienza, infatti, è Gesù Cristo.
Per cui i cristiani, se ascoltano gli insegnamenti di Gesù, se seguono il suo comportamento, se pregano e si accostano ai sacramenti, diventano veramente saggi e sapienti; ovviamente non secondo gli uomini, ma secondo Dio.
Tale sapienza ci aiuta a capire quali sono le cose veramente essenziali nella vita, facendoci porre Dio al centro della vita stessa.
Questa verità ci è stata sottolineata anche nella seconda lettura: “Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo”.
Ammesso, come d’altra parte è vero, che l’espressione caratteristica dell’esperienza cristiana consiste nella gioia, Paolo, proseguendo, invita gli Efesini quando sono assieme, a pregare gioiosamente con cantici e inni.
Cantare, infatti, è proprio manifestazione di esultanza e felicità.
Spesso le nostre celebrazioni e le nostre preghiere sono disadorne e monotone proprio perché manca il canto. Non riusciamo a comprendere che il canto è l’espressione gioiosa della nostra fede e che contribuisce a farci crescere nella fede stessa.
Attenzione, però!
Il canto non è una semplice euforia passeggera, ma è frutto della presenza dello Spirito che vive in noi. Di conseguenza, c’è modo e modo di cantare: non tutti i canti, purtroppo, e il modo di cantarli, aiutano a pregare veramente!
Solo il bel canto ci aiuta a capire che Dio non è noioso e triste.
Il bel canto è l’espressione della gioia stessa e della pienezza di vita, proveniente dalla presenza di Dio in noi. Cantare, pertanto, diventa il segno e la testimonianza di appartenere a Dio.
Conosciamo il famoso detto: “Chi canta, prega due volte”.
Andiamo, ora, all’immagine della tavola imbandita, di cui ci ha parlato il vangelo.
Chi per noi imbandisce la tavola, è Gesù Cristo. Il cibo che viene posto sulla tavola (che noi oggi chiamiamo “altare”) è Lui stesso: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Questa espressione ha creato scandalo fra i Giudei: “Come può darci la sua carne da mangiare?”.
Essi hanno pensato alla parola “carne” come se si trattasse del suo “corpo fisico”.
Invece, mangiare la sua carne e bere il suo sangue, attraverso quel pane e quel vino consacrato, significa entrare in comunione con lui quale persona vivente, è desiderare la sua continua presenza in noi, è fare esperienza della sua forza; in altre parole, significa entrare in comunione con la vita e quindi significa essere vivi.
Ora, la sua vita è eterna e, pertanto, uniti a lui si riceve la vita eterna: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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