Omelia delle domeniche e feste Anno B
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
26 agosto 2026 * S. Teresa Jornet Ibars
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19 Chi mangia questo paneTesti liturgici: 1Re 19,4.8; Sl 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51
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Due fatti e due atteggiamenti oggi camminano parallelamente: lo scoraggiamento, quello provato Elia; la mormorazione, quella uscita dalla bocca dei Giudei.
Elia si scoraggia a seguito di una sua vittoria in fatto di fede; ora lo vogliono uccidere, proprio per il motivo stesso.
Lo scoraggiamento di Elia arriva a tal punto che desidera morire: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
I Giudei contestano Gesù perché ha detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. Non può esserlo – pensano – perché egli è il figlio del falegname, è un paesano, è uno come loro.
Quante volte anche noi nella vita ci troviamo in situazioni analoghe!
Prendiamo in considerazione quella di Elia.
Chi di noi, in certi momenti, non si scoraggia? Addirittura, c’è qualcuno che, non trovando spiegazioni per quello che gli capita, schiacciato dalla disperazione o di fronte a situazioni che sembrano insormontabili, invoca perfino la morte!
Dio comprende benissimo tutto questo. Con noi si comporta come si è comportato con Elia.
Il Signore non fa le prediche ad Elia, non lo rimprovera perché crede di essere abbandonato da lui, anche se di fatto qualche giorno prima aveva esperimentato la sua vicinanza e la sua potenza.
Il Signore capisce che certe esperienze dolorose della vita fanno facilmente dimenticare la sua presenza. Infatti, tale presenza è sempre una cosa molto discreta e pertanto difficile da esperimentare.
Dio non recrimina Elia, anzi lo vediamo all’opera. Cuoce il pane, prepara l’acqua e, se deve dirgli qualcosa, lo fa solo per incoraggiare: “Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”.
Elia lascia da parte ogni dubbio e si fida. Ed infatti: “Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio”.
Questo episodio è collegato anche a quello evangelico.
Se Gesù dice: “Io sono il pane disceso dal cielo”, non è altro che l’invito a nutrirsi di Lui, appunto perché lungo è il cammino. Si tratta del cammino che stiamo compiendo in questa vita per raggiungere la meta della vita definitiva ed eterna. Il pane offerto da Gesù è molto diverso da quello che ha sfamato i loro padri nel deserto.
Questa verità è semplice, ma anche sconvolgente.
Il pane della vita è lui: questo significa che se ci si vuole saziare veramente, guarendo dalla solitudine e dal non senso della vita, ci si deve nutrire di Lui.
Due sono i cibi che ci imbandisce continuamente: la sua Parola, che nutre la nostra sete di verità; il suo Corpo, che nutre la nostra sete di vita e di gioia.
Di fronte alla mormorazione dei Giudei, il Signore non indietreggia di un passo nelle sue affermazioni. I Giudei non riescono a comprendere il senso profondo delle sue parole.
La cosa strana è che anche noi, dopo duemila anni di storia e di riflessioni riguardo all’Eucaristia, facciamo spesso fatica a comprendere l’importanza di essa nella vita cristiana.
Tanti sono convinti che per avere rapporti con il Signore basta parlare a lui da soli, quando se ne ha voglia. Questo, però, ci priva di quanto più importante Dio ci ha lasciato: il Corpo e il Sangue del suo Figlio, donato per la nostra salvezza.
Come e quando avviene questo?
Questo avviene soprattutto quando partecipiamo alla Messa domenicale.
Siamo qui per questo!
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello

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"... io piego le ginocchia
davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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