
Testi liturgici: I Re 19, 9.11-13; Rom 9, 1-5; Mt 14,22-33
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Abbiamo notato che c’è una espressione tante volte ripetuta nella Bibbia e che Gesù spesso richiama, ma che forse noi, superficiali e distratti come siamo, probabilmente neppure percepiamo?
È quella che ci ha ripetuto anche oggi: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”.
Sono parole necessarie da sentire sempre ed in ogni situazione, per i tanti problemi che ci assillano, per le situazioni di lavoro e di salute in cui ci troviamo, per mantenere il buon rapporto con gli altri, per le varie situazioni nelle quali ci troviamo.
Ed è pure quanto mai necessario sentirla a livello comunitario, in particolare a livello di Chiesa, per la grande confusione che oggigiorno vi regna. Veramente siamo in una tempesta, con chiare contrapposizioni sia ideologiche che di fatto!
Purtroppo noi, molto spesso, assomigliamo a Pietro, siamo pieni di paura per quel che può succedere. Non solo, ma assomigliamo anche ad Elìa che fugge, sempre per paura, non volendone più sapere della sua missione.
Che fare noi per superare le nostre paure?
È necessario continuare a guardare Gesù, senza volgere lo sguardo fissandolo sulle nostre sventure, come ha fatto Pietro. Fin che egli rimane obbediente al “Vieni”, fin che fissa lo sguardo su Gesù con piena fiducia in lui, non si rende conto del mare in tempesta e commina bene sulla superficie del mare; ma quando abbandona lo sguardo verso Gesù e lo abbassa sulle onde tempestose, comincia ad avere paura.
Gesù è pronto a tendergli la mano e salvarlo, ma nel contempo gli fa anche un benevolo rimprovero: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.
Anche il profeta Elia si trova in una situazione drammatica, perché è minacciato di morte da parte della regina Gezabele, la quale vuol vendicarsi di lui. Per questo motivo fugge.
Da notare che nella fuga non invoca il Signore perché lo aiuti, come farà Pietro, ma si scoraggia, cade in depressione, si ferma nel deserto, desidera di morire.
Il Signore, invece, ha altri progetti su di lui; gli dice di mangiare e di proseguire il cammino, perché deve arrivare sino al monte Oreb.
È a questo punto che comincia il brano ascoltato oggi nel quale è invitato a fidarsi del Signore. Da notare però che il Signore ha un suo metodo per farsi conoscere e intervenire.
Come interviene il Signore?
Il suo metodo è quello di non fare chiasso, non assomiglia al terremoto, al vento, al fuoco, ma assomiglia al sussurro di una brezza leggera.
Questo per dirci che scopriremo e comprenderemo il progetto di Dio su di noi solo se sappiamo fare silenzio dentro di noi, sapendo evitare e far tacere anche il chiasso al di fuori di noi.
Purtroppo, questo cozza con la mentalità e con la vita di oggi. Abbiamo difficoltà perché la vita si è ridotta ad una continua corsa. Non siamo capaci di stare con la radio o il televisore spento. Abbiamo bisogno di rumore attorno a noi. Abbiamo bisogno di maneggiare continuamente il telefonino. Non siamo capaci trovare e a creare momenti di silenzio, momenti di preghiera e di riflessione.
Fin che siamo distratti, superficiali, chiacchieroni, tanto peggio quando le chiacchiere diventano maldicenze, la voce del Signore certamente non ci è chiara, non la comprendiamo e non conosciamo pienamente la sua volontà.
Del resto, anche Gesù ne aveva bisogno. Ed ecco che per coltivare questi atteggiamenti, trova tempo per allontanarsi dal rumore e per rimanere da solo a contatto del Padre, come abbiamo ascoltato: “Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare”.
Se riusciamo a fare questo, la barca della nostra vita, per quanto sia sballottata dalle tempeste di ogni tipo, non affonderà. Anzi, ci darà modo di vivere nella serenità e nella pace.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello