Omelia delle domeniche e feste Anno A
"Vieni al Padre, fonte di Misericordia"
17 settembre 2026 * S. Roberto Bellarmino
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13 Prendere la croceTesti liturgici: 2Re 4, 8-11.14-16; Sl 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
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“Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”.
È una espressione del vangelo che riassume il principale messaggio delle letture di oggi, un messaggio che sta nell’imparare a saper “accogliere” le persone, e di cui troviamo un modello nell’episodio relativo ad Eliseo, verso il quale l’illustre donna, in accordo con il marito, esercita un’accoglienza quanto mai generosa. Non solo gli procura da mangiare, ma pensa perfino a costruirgli una stanza, tutta riservata a lui.
Purtroppo, tale espressione di amore nei confronti dell’altro, oggi è piuttosto difficile da vivere. Infatti, stiamo vivendo una civiltà di porte chiuse, ed ancor più di cuori chiusi.
Non si tratta solo dell’accoglienza dei migranti, che è un problema politico mondiale e che ha la sua importanza, ma anche dell’accoglienza da esercitarsi quotidianamente verso chi ci sta vicino.
Si tratta di accogliere ed ascoltare chi ci annoia con le proprie lamentele, con i suoi molti problemi di vita, ma che bisogna con pazienza saper ascoltare, donandogli tempo e qualche parola di conforto per aiutarla ad uscirne fuori.
A questo punto, moltiplicato all’ennesima potenza, è la responsabilità dei genitori che non sanno accogliere i figli nel quotidiano. Non si tratta solo di non fargli mancare niente, o di tenerli buoni davanti al televisore o ai giocattoli, ma si tratta soprattutto del tempo a loro dedicato per ascoltarli.
È proprio questo che manca a molti genitori, perché sono stanchi e nervosi, o sono presi da altri problemi, pure importanti, ma non sempre tali da superare quello dell’ascolto dei figli. Non dimentichino che i figli hanno bisogno di affetto vero, se manca questo è facile esperimentare quel certo tipo di fallimento che i genitori lamentano nel confronto dei figli.
Pertanto, non c’è solo la grande accoglienza per quelli che vengono da terre lontane, ma c’è anche la piccola accoglienza, quella che diviene la croce di ogni giorno; una croce bella, però, perché ci fa ricordare l’accoglienza del buon Dio verso di noi, ogni volta che andiamo a chiedergli perdono, luce e forza.
Consideriamo un altro pensiero suggerito dal vangelo con l’espressione: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”.
Questo perdere la vita per Cristo può avvenire in due modi.
Il primo, quello che è più eclatante, è riservata solo ad alcuni. È quello che noi chiamiamo martirio; sta nel saper donare totalmente la vita terrena, pur di non rinnegare alla propria fede.
Anche oggi, in molte parti del mondo, ci sono molti martiri in questo senso.
Ma c’è anche un altro martirio, che è richiesto a tutti ed è quello quotidiano. Esso non comporta la morte, ma è pure perdere la vita per Cristo. Si tratta di compiere il proprio dovere con amore, secondo la logica del dono e del sacrificio. Si tratta di andare contro corrente per non rinnegare la voce della coscienza.
Tutto si fa per amore, senza aspettare ricompensa; pur tuttavia il Signore non è da meno, e sa bene come contraccambiare.
Lo dice la parola conclusiva di Gesù: “In verità vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe Spicello

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davanti al Padre,

dal quale ogni paternità
nei cieli e sulla terra." (Ef. 3,14-15)

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