
Testi liturgici: Dt 4,32-34.39-40; Rm 8,14-17; Mt 28, 16-20
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Oggi è una grande festa di famiglia! Stiamo festeggiando la famiglia di Dio, ma è anche la nostra grande festa. Infatti, anche noi siamo stati chiamati ad entrarvi in qualità di figli per godere della sua eredità, come ci ha detto Paolo: “Siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi”.
A questo punto è ben lecito farsi una domanda.
Come è fatta e come vive la famiglia di Dio, alla quale per l’appunto anche noi siamo chiamati?
Una cosa è certa. Si tratta di una famiglia unica e ideale nella quale dovremmo essere veramente degni di poterci entrare.
Questo avviene se cerchiamo di imitarla nel migliore dei modi fin che siamo in questo mondo.
Come imitarla?
Dovremmo ogni giorno cercare di essere talmente uniti e d’accordo fra noi tanto da sembrare una unica realtà.
Così infatti avviene nella famiglia di Dio. È vero che sono tre persone, e per questo sono definite quale “Trinità”, ma è altrettanto verissimo che sono un Dio unico, ed ecco l’ “Unità”. Il nostro Dio è “Uno e Trino”.
In altre parole, questo significa che è una comunione di persone talmente unite da essere l’una con l’altra, l’una per l’altra, l’una nell’altra.
Qual è pertanto l’invito che il Signore oggi ci rivolge per farci vivere in tale modo e così entrare a pieno titolo nella sua eredità?
È quello di vivere in piena comunione sia verticale che orizzontale, cioè sia in comunione con lui e sia fra di noi. Pertanto siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, non gli uni sopra, non gli uni contro gli altri, ma gli uni con gli altri, gli per gli altri, gli uni negli altri, accettandoci con amore così come siamo. La varietà di ognuno nel bene è una ricchezza per tutti.
Alla fin fine poi cosa è tutto questo?
Praticamente questo non è altro che accogliere, praticare e testimoniare il vangelo. Non è altro che il mettere in pratica le ultime parole di Gesù stesso, pronunciate prima di salire in cielo: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”.
Alcuni potrebbero dire: “Tutto questo è anche bello, ma come riuscirci?”.
Anche per questa riuscita non bisogna dimenticare le ultimissime parole, sempre di Gesù prima di salire in cielo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.
Ed allora, cosa temere?
Si tratta di fidarsi totalmente di lui. Però, abbiamo mai pensato che è stato il Signore per primo a fidarsi di noi, nonostante che siamo pieni di peccati e di difetti?
Ed allora, in ultima analisi, cosa dobbiamo fare?
Si tratta di capire che il Signore non è un teorema da studiare, e neppure un problema da risolvere, ma è un “tu” con il quale abbiamo bisogno di relazionarci.
Questo atteggiamento non è altro che contemplare con stupore la Trinità, non tanto da capirsi, quanto di essere accolto nell’amore. Infatti lui è solo questo, è tutto e solo amore, è amore purissimo, è amore infinito ed eterno, è un amore che ci ama come siamo.
È quello che anche noi siamo chiamati ad imitare.
Sappiamo accettare i difetti, il carattere ed i limiti che abbiamo noi per primi; ma non solo, sappiamo anche accettare i difetti di coloro che ci stanno accanto o che incontriamo?
Abbiamo fiducia e speranza che, pur con la presenza di fatti negativi sia in noi che negli altri, la situazione di ognuno può cambiare in meglio?
Oppure pretendiamo la perfezione ed il comportamento di chi ci sta accanto secondo il nostro punto di vista, senza badare a quello che è il loro punto di vista?
Una ultima domanda.
Perché Gesù, prima di salire in cielo, ha convocato i discepoli in campagna, anzi sul monte, e non invece nel tempio di Gerusalemme e neppure nelle vicinanze di esso?
Per dirci che ci santifica e si compie vera testimonianza non tanto perché frequentiamo la chiesa, che è pure necessario in quanto ci aiuta, ma soprattutto nella quotidianità.
Noi testimoniamo il Signore nella vita ordinaria, nel compimento retto dei nostri doveri, facendo tutto per amore e con amore.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe Spicello