Testi liturgici: Is 61,1-2.10-11; Sl Lc 1,46-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28Per il documento: clicca qui
“Fratelli, siate sempre lieti”. Così è iniziata la seconda lettura.
Cosa vuol dirci tale espressione nel contesto liturgico di oggi?
Vuol dire che la maniera migliore per attendere la venuta del Signore ed incontrarlo veramente, soprattutto celebrando il Natale, è quella di essere lieti, contenti.
Essere “lieti” non significa non avere difficoltà o sofferenze, incomprensioni o calunnie, ma riuscire a rimanere tali anche in mezzo ad esse.
In altre parole, significa capire che tutta la nostra vita, con i suoi eventi belli o meno belli, per non dire tristi, ha senso solo se si trasforma in una gioiosa attesa della venuta e dell’incontro con il Signore, cosa che deve avvenire tutti i giorni, perché solo lui ci porta la vera gioia.Pertanto, se lo incontriamo, non c’è dolore, disgrazia o altro che possa allontanarci dalla gioia e dalla letizia di stare con lui.
I dolori e le sofferenze non mancano a nessuno; questo è vero, ma per il cristiano rimangono solo in superficie e, pertanto, non possono intaccare la serenità interiore.La prima lettura, era iniziata con questa espressione: “Lo Spirito del Signore Dio è sopra di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione”. Storicamente il profeta la rivolgeva a se stesso, ma in prospettiva riguardava Gesù Cristo. Oggi vale per ciascuno di noi che con il Battesimo siamo stati uniti a Gesù, per compiere con lui una analoga missione.Qual è questa missione?
È detto subito dopo, con l’espressione che inizia così: “Mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri…”. Il testo poi prosegue con la citazione di situazioni analoghe, relative a carcerati, schiavi, poveri, sofferenti di ogni genere.I poveri, i miseri e i sofferenti sono quelli a cui in genere nessuno, o pochissimi pensano. Invece, il Signore Gesù è venuto proprio per questi, a portare loro il Vangelo, che tradotto significa “lieto messaggio”.
L’espressione è quanto mai valida anche per noi che molto probabilmente apparteniamo alla categoria dei poco considerati: quella di essere “lieti”, sereni e contenti, perché con noi c’è il Signore.Il vangelo, a sua volta, è iniziato così: “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni”. Domenica scorsa abbiamo incontrato Giovanni, mentre battezzava e predicava lungo il fiume Giordano, e che gridava: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.
Oggi lo incontriamo ancora, mentre continua la medesima missione; ma questa volta l’evangelista lo mette a confronto con Gesù, attraverso questa espressione: “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”.
Per capire la portata dell’espressione, facciamo un confronto servendoci di una analogia: la mettiamo in relazione alle funzioni della sole e della luna.Ambedue gli astri trasmettono una luce, con la differenza che quella del sole è propria; quella della luna, invece, è il riflesso della luce del sole. In tal caso, anche se il sole non si vede, perché nascosto dalla terra, la luna ci garantisce che, pur non vedendolo, tuttavia è presente.
Tornando al messaggio evangelico: Gesù è la vera ed unica luce, Giovanni è colui che la riflette.Noi dobbiamo assomigliare a Giovanni; con le parole, e soprattutto con lo stile di vita e con il nostro comportamento, dobbiamo fare in modo che gli altri, anche se non credono e non vedono pienamente la presenza di Gesù nella loro vita, riescano in qualche modo a percepirla, proprio attraverso di noi.
È la nostra missione, ed è una bella e grande missione!Ebbene, anche questo ci aiuta ad essere contenti e grati al Signore, mettendo in pratica l’esortazione di Paolo: “Fratelli, siate sempre lieti … in ogni cosa rendete grazie”.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello