26.Scacciare i demoniTesti liturgici: Nm 11,25-29; Sl 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48
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Anche noi, qualche volta, assomigliamo a quel giovane che corre verso Mosè per dire che due persone profetizzano nell’accampamento. Ad essi fa eco l’intervento di Giosuè: “Mosè, mio signore, impediscili!”.
Certamente non era per correggere un comportamento sbagliato, ma era frutto dettato da invidia e gelosia, da una parte, e, dall’altra parte, dal non aver capito il comportamento di Dio.
Questa specie di gelosia può facilmente avvenire anche nei nostri ambiti strettamente cristiani, in riferimento a doni e carismi che una persona potrebbe aver ricevuto.
Cosa era successo nell’episodio ascoltato?
Dobbiamo premettere che, proprietario dei doni, è solo il Signore. Egli li concede a chi crede, per il tempo necessario, e solo perché siano usati a vantaggio di tutti; mai per il proprio prestigio o interesse.
È vero che Dio li aveva già donati a Mosè, e poi ai settanta anziani.
Però, nelle sue azioni, non è costretto da regole fisse, per cui, in modo inatteso, li dona pure agli altri due, che già elencati nella lista, non presentandosi si erano di fatto autoesclusi.
La risposta di Mosè è obiettiva e chiara: “Sei geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”.
Essere profeti significa avere la capacità di ascoltare la Parola di Dio e di farsene interpreti nelle scelte quotidiane, vivendo con coerenza la vita cristiana.
Magari lo fossero davvero tutti i cristiani! Ognuno, infatti, è chiamato ad esercitare i doni ricevuti!
Con questo fatto, il Signore vuol farci comprendere che il suo amore trova una varietà infinita di espressioni e di manifestazioni, spesso inaspettate e imprevedibili, anche nei confronti di persone da cui non ce lo aspetteremmo.
Pertanto, quello che il Signore chiede a noi, è un atteggiamento di apertura e di misericordia nei confronti di tutti, persino verso coloro che pensiamo non meritino il suo amore e la sua grazia.
Situazione analoga quella del Vangelo: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”.
E Gesù che risponde: “Non glielo impedite…”.
Infatti, quel tale lo faceva non per il proprio vantaggio, ma in nome di Gesù. Quello che faceva non era certamente sul piano della competizione.
L’esempio del semplice bicchiere d’acqua offerto, è per dirci che la qualità delle nostre azioni non sta nella loro grandezza, ma dalla motivazione che le muove. Un’azione, sia pure piccola ma fatta in nome e per amore di Gesù e degli altri, è sempre grande.
Del tutto fuori strada, in tale senso, sono coloro di cui parla Giacomo: “Le vostre ricchezze sono marce…il vostro oro è consumato dalla ruggine…”, con tutto quel che segue.
Le sue parole sono dure e terribili, come dura e terribile è la piaga che stigmatizzano: la ricchezza accumulata ingiustamente per mezzo della fatica degli sfruttati!
Anche oggi, quante persone senza scrupoli si arricchiscono ingiustamente sulla pelle di coloro che lavorano, molto spesso senza neppure pagarli adeguatamente!
Questa è una ingiustizia che grida al cospetto di Dio. Se la ricchezza è accumulata con il sopruso e l’ingiustizia, è marcia, è destinata a finire.
Noi, invece, siamo chiamati ad accumulare un’altra ricchezza, quella che nessuno potrà mai rubarci e che non è destinata a finire: è quella che proviene dalla giustizia e dalla carità cristiana, praticate senza fare preferenze di persone e con spirito veramente evangelico.
Questo tipo di ricchezza ha un valore incalcolabile ed è custodito nel cuore di Dio.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe in Spicello