Testi liturgici Es 16,2-4.12-15; Salmo 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35
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Dicevamo, domenica scorsa, che non bastano i miracoli per crescere nella fede. Non è servita la manna nel deserto, non è servita la moltiplicazione dei pani.
Anche se cercano Gesù, lo fanno soprattutto perché pensano di aver trovato in lui la soluzione dei problemi per sopravvivere, senza lavorare.
Gesù li invita a leggere il segno di quella moltiplicazione e li esorta a rivolgere lo sguardo verso un altro cibo, che dura per la vita eterna.
Per loro il fatto miracoloso ha una forte carica evocativa: richiama la manna, il pane del deserto, grande miracolo durato 40 anni e, pertanto, quale altra opera può compiere Gesù?
Poi, in riferimento a se stessi, chiedono: “Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”.
Non si tratta, ribatte Gesù, di compiere chi sa quale opera. C’è una sola opera da compiere, quella di credere che Lui è la nuova manna, che Lui è la Parola di vita eterna, che Lui è il pane vero disceso dal cielo. “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”.
Domenica prossima vedremo, come di fronte a questa espressione, molti lo lasceranno.
È quello che può succedere anche a noi, come di fatto succede.
In che senso? Dove sta l’errore?
Nel mettere, al posto della fede, la pretesa di un Dio fatto a nostra immagine, chiamato ad accontentarci sempre.
Gesù invece dice di passare dalla pretesa di voler ottenere da Dio ciò che riteniamo giusto, al credere, invece, che quanto Dio compie, è sempre giusto.
Cosa significa allora “darsi da fare” per procurarsi il cibo che non muore?
Il popolo nel deserto e la folla incontrata oggi non hanno fatto nulla per ottenere la manna o il pane moltiplicato e avanzato, tranne che (chiaramente espresso nella prima lettura e domenica prossima lo sentiremo ancora nel seguito del vangelo) quella di “mormorare”, che non è la maldicenza, come da noi intesa, ma la protesta, in quanto non si fidano pienamente di Lui.
Gesù non lascia dubbi in proposito: non vi sono opere meritorie che possano conquistarci il diritto a ricevere da Dio quanto ci è utile e necessario. Un’opera sola è necessaria e sufficiente, ed è la più difficile: credere in Gesù e nel suo essere Parola discesa dal cielo. Credere che Gesù è l’opera di Dio, in quanto è Parola di Dio fatta Carne.
Tradotto in espressioni semplici per noi, al fine di compiere l’opera, è: ascoltare la Parola, rifletterci, pregarci e, dopo aver fatto la nostra parte su ogni piano, metterci con fiducia nelle mani di Dio, certi che Lui provvederà a tutto e a tutti, meglio di come possiamo fare noi.
Sac. Cesare Ferri, Rettore Santuario San Giuseppe in Spicello