
Testi liturgici: Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,-14; Mc 1,1-8
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Quante volte siamo desolati e sconfortati per quello che ci capita!
Quante volte ci vien da dire che di questo passo non sappiamo come si andrà a finire. Ed è vero!
È vero che si corre il forte rischio di andare a finire male. È proprio vero!
Però questo sta anche a significare che abbiamo fatto i conti senza l’oste, che cioè abbiamo fatto i conti senza tenere presente il Signore, perché il Signore anche dal male sa trarre fuori il bene, ovviamente se collaboriamo con lui.
Collaborare non significa che noi siamo esonerati dalla prove, ma vuol dire che sempre ed ovunque dobbiamo cercare di capire quale sia la sua volontà, cercare di metterla in pratica, accettare tutto e mettere ogni cosa nelle sue mani.
Ecco allora che comprendiamo le sue parole pronunciate attraverso il profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo …”.
Noi siamo spesso sconsolati per le malattie, per le cattiverie, per le menzogne, per tutti i mali che sono presenti nel mondo. Anche quella volta, ai tempi del profeta Isaia, il popolo era sconsolato a causa del suo esilio, della sua prigionia fuori della patria, trovandosi in terra di Babilonia, senza sapere quanto tempo sarebbe dovuto durare tale sofferenza.
Ma ecco che segue subito un’altra espressione: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta”.
Come è vero! Questo vale per tutti e per ogni tempo, quindi anche per l’oggi e per ognuno di noi, anche se non sappiamo quanto durerà ancora la situazione che stiamo vivendo.
È per questo che dobbiamo tenere presente un'altra espressione della seconda lettura, nella quale è detto che il Signore non tarda nel compiere la sua promessa. Però è anche da tener presente quanto immediatamente prima aveva detto: “Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza”.
È durante questo tempo indeterminato che il Signore rinnova le cose e, come dicevamo pocanzi, dal male ne ricava un meglio. Lo conferma con le successive parole: “Aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”.
Pocanzi avevo detto che dobbiamo comprendere e compiere la sua volontà. Anche per riuscire in questo ci viene detto come fare. Ce lo dice attraverso delle immagini: “Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte ed ogni colle sia abbassato; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata”.
Cosa vuol dire questo?
Tutto sta ad annotare bene e comprendere il significato della prima parola: “Nel deserto”.
Dobbiamo imparare a fare deserto, cioè a fare silenzio, soprattutto dentro di noi. Ma nel contempo, e per riuscirci, dobbiamo pure saper ben gestire quella che capita attorno a noi. Purtroppo i fatti esteriori ci conducono a tutt’altro e non ci aiutano a riflettere. Dobbiamo imparare, invece, ad essere sempre più riflessivi, soprattutto dando spazio alla lettura e ascolto della Parola di Dio la cui sola luce ci aiuta a comprendere tutto quello che capita.
Del resto, consiste proprio qui la vera preghiera, il vero rapporto con il Signore.
Purtroppo il mondo, le forze del male, i mezzi che utilizziamo per comunicare fra di noi, non ci aiutano in questo. Ci mettono nella condizione di dover correre sempre, di dover arrivare sempre più in fretta, di non darci tempo e possibilità di saper fare “deserto” perché è tutto chiasso.
Cito solo un esempio. Avete notato come i conduttori dei telegiornali parlano sempre più in fretta, come passano da un tema all’altro senza fare uno stacco, come le immagini corrono da un fatto all’altro senza un vero filo logico?
Sembra proprio che non vogliono aiutarci a riflettere, ma inculcare solo fretta e paura.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe Spicello