Corpus DominiTesti liturgici: Dt 8, 2-3.14-16; Sl 147; I Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
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Chi di noi, avendone la capacità, non cammina? Ognuno ne sente la necessità ed anche il dovere per compiere alcune mansioni.
Nella prima lettura si è parlato proprio di un cammino, quello del popolo ebreo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”.
Il nostro cammino potrebbe dirigersi verso una meta precisa oppure ridursi ad una semplice passeggiata distensiva; potrebbe essere lento o veloce, breve ed anche lungo, fatto da soli oppure in compagnia. Sia quel che sia.
L’importante è che, oltre ad avere buone gambe, bisogna avere anche la forza sufficiente per procedere.
Perché questo avvenga, è necessario farci sostenere da cibi e bevande.
Questo vale per qualsiasi cammino di questo mondo.
Altrettanto vale per quello che tutti stiamo compiendo verso l’eternità, alla quale siamo diretti e di cui i quarant’anni di cammino nel deserto del popolo ebraico, nutrito con il cibo della manna, ne è figura.
Ora ci domandiamo: “Esiste il cibo che ci accompagna in questo viaggio?”.
Certamente! Ed ecco il motivo della festa di oggi. Nella celebrazione del Corpo e Sangue di Cristo, con le appropriate letture, ci viene indicato.
Gesù stesso lo ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Da notare bene l’espressione: “Ha la vita eterna”.
La vita eterna è certamente quella che attendiamo alla fine di questa vita terrena, ma sin d’ora possiamo iniziare a viverla, se abbiamo in noi la presenza del Signore, godendo del suo amore.
Ancora una domanda: “Considerando le due vite, abbiamo una differenza nel come questi cibi agiscono in noi?”.
Sostanzialmente l’effetto è analogo, ma la procedura è diversa.
Quando mangiamo i cibi per mantenerci nella vita terrena – pane, latte, carne, pesce, frutta, verdura – siamo noi ad assimilare tali nutrimenti a vantaggio del nostro corpo; essi diventano qualcosa di noi e ci rafforzano.
Quando mangiamo il Corpo di Cristo, invece, è Gesù che ci assimila a lui.
Con tale assimilazione Gesù ci fa sempre più intimi a lui, possedendo con lui la vita eterna.
Ebbene, nutrendoci di Cristo ed assomigliando sempre più a lui, cresciamo nell’amore verso di lui, verso il Padre e verso i fratelli e sorelle che ci stanno accanto.
Ricevere l’Eucaristia, pertanto, - o come si suo dire “fare la comunione” - significa proprio questo: essere talmente uniti a Cristo da formare una cosa sola con lui.
La conseguenza è che, sempre più assimilati a lui, avremo maggiore forza per procedere nel cammino verso la vita eterna; avremo maggiore capacità per vincere le tentazioni.
Fra i tanti effetti di questa “comunione”, ne prendiamo uno, quello citato da Paolo nella seconda lettura: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”.
In altre parole, l’Eucaristia ottiene l’accordo e l’unità nella famiglia, nella comunità e tra le persone; questo, però, purché da parte nostra ci sia l’impegno per raggiungere tale meta.
Analogamente a quanto accade al nostro corpo, che è uno, ma che nel contempo è composto di varie membra. Ogni membro ha un suo specifico compito, a vantaggio di tutto il corpo; guai se le membra non collaborassero fra di loro!
Per analogia, pensiamo a quando siamo in autovettura.
La volontà comunica all’occhio di raggiungere la meta che vede davanti a sé, nel contempo comunica alla mano di ingranare la marcia e procedere in avanti ed al piede di premere l’acceleratore. Ma se mano inserisse la retromarcia, cosa succederebbe?
In tal modo, mancando la collaborazione, la meta non solo non si raggiunge, ma si allontana.
Ugualmente, a che servirebbe nutrirsi di Cristo, se in noi non c’è la volontà di andare d’accordo e collaborare con gli altri, ma ci lasciamo vincere dall’istinto che ci spinge a remare contro? Non raggiungiamo la vita eterna!
È vero che, pur con tutta la buona volontà, potremmo non sempre riuscirci.
Ma l’Eucaristia è proprio anche per questo: è per darci la forza di riuscirci di mano in mano.
Sac. Cesare Ferri rettore Santuario San Giuseppe Spicello