Visitare gli infermi e i carcerati
(Testo base: Mc 3,29-34)
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Premessa
Siamo nell’anno giubilare della misericordia di Dio nei nostri confronti ed anche in un anno per esercitare meglio la nostra misericordia verso gli altri.
Richiamiamo alla memoria le sette opere di misericordia corporale, come elencate dal catechismo della Chiesa cattolica, la quale a sua volta le desume dall’episodio evangelico sul giudizio finale.
Esse sono: “Dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti”.
Nel racconto evangelico citato, in riferimento al tema di oggi, leggiamo: “Ero malato e mi avete visitato; ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Sappiamo come, allo stupore dei salvati, Gesù risponde: “In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”.
Queste parole sono un forte ammonimento perché, alla fine della vita, saremo giudicati sull’amore e non sulle sole buone intenzioni che avremmo potuto avere.
Però, si tratta anche di interpretare e praticare l’opera di misericordia nel giusto modo e nella giusta finalità, come espresso da Dio e desiderato dal prossimo; ecco pertanto le riflessioni di quest’anno.
Oggi cominciamo da quella che riguarda gli infermi ed i carcerati.
Visitare gli infermi
Come praticare rettamente questa opera?
Si tratta di non limitarla solo a livello umanitario, cosa che tutti possono compiere, compresi gli atei: la cosa è certamente buona, ma non è perfetta.
Noi siamo chiamati ad esercitarla con stile diverso.
Si tratta di compierla non solo per compassione, o per parentela, o per affetto, o per amicizia; ma animati da spirito evangelico, alla maniera di Gesù.
Più volte il Vangelo ci presenta Gesù premuroso verso di loro.
Per citare alcuni episodi: la visita e la guarigione della figlia di Giairo, uno dei capi della sinagoga di Cafarnao; la visita e l’incontro con la vedova di Nain, alla quale riconsegna vivo il figlio mentre portavano la salma al cimitero.
Uno dei fatti più eloquenti e significativi è quello che ci insegna la parabola del buon Samaritano ed anche quello che abbiamo ascoltato nella lettura breve: la guarigione della suocera di Simone.
In quest’ultimo racconto, vi è una partecipazione corale e premurosa di tutti i membri di famiglia che si rivolgono a Gesù.
Abbiamo letto: “Subito gli parlarono di lei”. L’avverbio “subito” indica la trepidazione e la premura per chi è nella malattia.
Come si comporta Gesù?
Gesù non si affida a parole di circostanza, come forse faremmo noi. Neppure indaga per conoscere l’origine della malattia che, secondo la mentalità del tempo, indicava come essa fosse conseguenza di un qualche peccato commesso.
Semplicemente si fa vicino alla persona ammalata, anzi la prende per mano e la solleva.
Gesù parla comunque, non però usando la lingua, ma stando in silenzio; esprime le intenzioni del cuore semplicemente con gesto citato, ma con la conseguenza che la persona guarisce.
Da notare una cosa importante. Per indicare la visita al malato, l’ebraico usa un verbo che tradotto significa “vedere”.
Questo “andare a vedere il malato” sta a significare un atteggiamento più profondo, che è quello di “ascoltare il malato”.
In altre parole, non siamo noi a guidare il rapporto e la conversazione, ma dobbiamo dare spazio a lui. Pertanto, non dire e non fare nulla di più di quanto egli consente, ma attenersi al quadro relazionale che egli presenta.
Il vero maestro, in questo caso, è il malato. Il visitatore deve mettersi in amoroso ascolto.
Tra parentesi, questo vale anche per le persone apparentemente normali, ma che soffrono psichicamente e moralmente. Anche per loro ci vuole tanta pazienza nell’ascoltarle e farle sfogare.
A questo punto, poniamo due domande essenziali per colui che si reca a visitare un malato: Perché visitarlo? Come visitarlo?
Il visitare implica conoscenza, considerazione, apprezzamento.
L’essere visitati deve significare un essere apprezzati, stimati e considerati.
Solo con questo stile il malato potrà cogliere, proprio per l’attenzione che gli ha mostrato il visitatore, un segno della sollecitudine e della premura che il Signore stesso ha per lui.
Questo è importante: l’ammalato deve riuscire a confidare e fidarsi sempre più di Dio.
È questa la vera azione pastorale, è questo l’atto di carità quanto mai squisito; è in questo spirito che deve muoversi l’opera di misericordia.
Ed è solo attraverso questa azione pastorale ben svolta che il malato si sente rasserenato in se stesso e pieno di riconoscenza verso il visitatore.
Attenzione, allora, a non appartenere al numero di coloro di cui parla il salmo 41 e che porta il titolo: “Il Signore è il sostegno del misero”.
Esso inizia con il riferirsi a colui che gli fa visita: “Beato colui che è sollecito del misero”.
Dopo qualche versetto, si legge la reazione di colui che è visitato, il quale non è soddisfatto del comportamento del visitatore.
Si legge infatti: “Chi viene a visitarmi dice parole false, raccoglie cattiverie nel suo cuore e, uscito, sparla nelle piazze. Contro di me mormorano i miei nemici, contro di me enumerano le mie sventure: <L’ha colpito un male incurabile, non si alzerà più dal letto in cui giace>”.
Cosa significa il dire “parole false”?
Si tratta delle solite parole di circostanza, inconsistenti, permeate di falso ottimismo, vacuamente rassicuranti. Sono le parole pronunciate davanti al malato nel momento in cui gli si fa visita, mentre fuori, con le altre persone, si dice tutt’altro in merito alla sua situazione.
Questa, ovviamente, non è una visita a carattere pastorale, non è un atto genuino di carità, non consola e non solleva l’ammalato; tutt’altro.
Inoltre, siamo chiamati ad entrare anche nello spirito di cui si parla nella lettera di Giacomo: “C’è qualcuno ammalato? Chiami gli anziani della comunità ed essi preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore. La preghiera della fede lo salverà nella sua difficoltà, il Signore lo solleverà”.
Ovviamente, in prima istanza, riguarda il Sacramento dell’Unzione degli infermi, compiuta dagli anziani, cioè dai presbiteri.
Da notare pure che i presbiteri vanno a nome della comunità.
Analogamente, anche i ministri straordinari della comunione, mandati dai presbiteri, vanno a nome della comunità parrocchiale.
Quanta importanza acquista la loro visita!
La Bibbia ci assicura che, quando ci prendiamo cura dei malati e dei sofferenti, siamo più aperti anche per accogliere e ricevere in noi l’amore di Dio, come leggiamo dal libro del Siracide: “Non esitare a visitare un malato, perché per questo sarai amato”, sottinteso da Dio.
Visitare i carcerati
L’opera di visitare i carcerati, oggi, è più difficile per la mancanza di facile accesso ai luoghi di detenzione.
Però c’è un atteggiamento di fondo che, a volerlo, può essere praticato da tutti verso chi è in carcere, come leggiamo negli Atti degli apostoli.
La prima comunità cristiana, infatti, è presentata come modello per le comunità di ogni tempo e nell’atteggiamento da assumere nei confronti, appunto, di chi è in carcere.
Quando l’apostolo Pietro viene arrestato e condotto in carcere, la comunità di fede manifesta la sua solidarietà e la sua partecipazione alla sofferenza di Pietro con la preghiera, come leggiamo: “Mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui”.
Ne segue il prodigio della sua liberazione; cadono le catene con cui è legato, si aprono prodigiosamente le porte, egli si trova in libertà.
La preghiera, infatti, è il primo atteggiamento che sempre caratterizza il cristiano nei confronti del prossimo in necessità.
Però, non pensiamo solo ai detenuti nelle carceri.
Ci sono persone che soffrono per altri tipi di detenzione!
Quanti sono prigionieri di se stessi, dei propri vizi; vivono in stato di depressione; sono perseguitati da disturbi diabolici; si trovano in tante altre situazioni simili!
Si tratta di aiutarli perché possano uscirne.
Come dicevo pocanzi, si tratta di farsi loro vicini, di ascoltarli con tanta pazienza e comprensione, di infondere loro fiducia e speranza, di pregare suggerendo anche a loro di pregare tanto.
Nel contempo attendere che il Signore li liberi o, per lo meno, li sostenga nella tribolazione.